AyurYoga


Cosa è lo Yoga

"Tutto il mio essere è smarrito per questo mio debole sentimento e la mente non comprende il dovere;..."
-Bagavat Gita - cap. 2 v. 6

"Yogascitavrtinirodhah" (Yoga Sutra I.2)
"Lo yoga è la capacità di dirigere la mente esclusivamente verso un oggetto e di mantenere quella direzione senza alcuna distrazione."
-Fondamenti dello Yoga, DKV Desikachar

Yoga è lo stato in cui i movimenti del Citta (mente) entrano in uno stato di tranquillità dinamica. L'unità esiste quando tutti i sentimenti e pensieri si uniscono armoniosamente.
-Das Yogasutra, R. Sriram

"Nell'universo tutte le cose sono collegate tra di loro. Lo Yoga è l'espressione di tali relazioni"
-T.K.V Desikachar

"Yoga is like music, the rhythm of the body, the melody of the mind and the harmony of the soul. Create the symphony of life"
-B.K.S. Iyengar

Lo yoga è un'antica scienza spirituale che fa parte dei sei Darsana, i sei sistemi del pensiero indiano radicati nei Veda che sostiene che l'origine di tutti i nostri ostacoli e limiti che causano sofferenza (Dukha) partono dalla mente. Attraverso la pratica regolare e disciplinata delle otto membra dello Yoga (Astanga), una guida completa e appropriata alla guarigione e alla liberazione dal velo dell'ignoranza, della non-conoscenza (Avidya) che copre e nasconde la nostra parte saggia e divina chiamata Purusa, avviene la purificazione e la reintegrazione del corpo e della personalità con tutti i suoi aspetti (fisico e psichico), dell'ambiente (naturale e sociale) e infine del livello spirituale, col Tutt'uno, la Fonte (Isvara). I blocchi energetici si sciolgono man mano, gli schemi negativi di pensiero si dissolvono e lasciano spazio ad un processo di trasformazione. Gradualmente si instaura una visione diversa, più 'pulita', completa, e unificata delle situazioni, della vita e dell'esistenza. Le priorità cambiano insieme allo schiudersi di verità più profonde e sempre più vere, mentre schemi e limitazioni che ci imponiamo sfumano via una dopo l'altra. L'essere comincia così a sperimentare una nuova libertà e armonia smettendo di identificarsi unicamente con il corpo e la mente, e realizzando la propria auto-essenza: un essere di Luce illimitato (Purusa) incarnato nel suo prezioso veicolo, il corpo umano, ma mai separato dal resto della creazione e dalla Fonte (Isvara). Le otto membra (Astanga) sono: Yama (atteggiamento verso se stessi); Niyama (atteggiamento verso l'ambiente e gli altri); Asana (posizioni fisiche); Pranayama (esercizi specifici di respiro); Pratyahara (ritiro dei sensi); Dharana, Dhyana, Samadhi (livelli della meditazione o Samyama).

Significato in sanscrito
YOGA significa UNIONE e deriva dal sanscrito, l'antica lingua dell'India. Erroneamente in occidente molto spesso si pensa che la parola Yoga si riferisca unicamente alle posizioni fisiche chiamate Asana. In realtà YOGA deriva dalla radice YUJ che significa ‚unire' o ‚congiungere'. Significa anche 'legare insieme i fili della mente', solitamente distratta dai sensi e sparsa qua e là nelle esteriorità piùttosto che focalizzata, in modo da potersi avvicinare alla verità dell'esistenza e ri-unirsi infine col Tutt'uno (Ishvara).

La tradizione di Sri T.Krishnamacharya

"Non è l’individuo che deve adeguarsi allo yoga, ma si deve studiare una pratica adatta all’individuo"
-Krishnamacharya

Sri Tirumlai Krishnamacharya nasce nel 1888 e vive fino a 101 anni. Dopo gli studi dei Veda, della lingua sanscrito e del Samkhya, il più antico sistema filosofico indiano su cui si basa lo Yoga, nel 1916 si ritira in una caverna nell’Himalaya dove rimane e studia per 7 anni insieme al suo Maestro Sri Ramamohan Brahmachari. Tornato nel mondo si reca nel Bengala dove approfondisce gli studi dell’Ayurveda con il noto Maestro Krishna Kumar, seguendo il suo grande interesse per i malati che nutriva da sempre. Nel 1924 il rajah del Mysore apre una scuola per lui e diviene lui stesso un suo allievo. Seguendo le indicazioni del suo maestro himalayano ben presto Krishnamacharya rivolge la sua attenzione alla cura delle persone malate attraverso lo Yoga e l’Ayurveda e, curando tra altri alcuni personaggio famosi, diventa sempre più conosciuto come guaritore mentre dalla sua scuola cominciano ad uscire insegnanti che sarebbero diventati famosi e avrebbero sparso lo Yoga in tutto il mondo, tra cui anche i suoi figli T.K.V. Desikachar e Shribbharan.

Adattamento individuale e guarigione

Krishnamacharya mise particolare peso sulla necessità di adattare le posture ai bisogni individuali degli allievi e pazienti, alla loro età, ai loro diversi stili di vita, e ai loro disturbi e malattie, ed elaborasse le sue pratiche in modo da portare alla guarigione i suoi pazienti. Ogni allievo ha necessità personali che l’insegnante deve riconoscere e valorizzare seguendolo nel suo percorso di graduale avanzamento. La malattia è uno dei 9 ostacoli allo sviluppo della chiarezza mentale e all’illuminazione (YS I.31), e Krishnamacharya sosteneva che deve essere curata. "Krishnamacharya era certo che una pratica yogica, correttamente adattata all’individuo, mette in grado di scoprire la relazione con lo spirito che è la scaturigine del corpo e della mente." (vedi Il cuore dello Yoga, TKV Desikachar, p.15). In questo modo anche la parte malata della persona può essere reintegrata completamente nella personalità, e solo così la reintegrazione può essere completata e rimanere in modo permanente. E molto interessante osservare come dalla sua scuola siano usciti dei maestri molti diversi tra di loro, ognuno con una personalità e con un suo stile d’insegnamento particolare, proprio perché il loro Maestro aveva la capacità di far trovare e far reintegrare in ogni allievo le sue particolarità e talenti personali. Gli adattamenti acquistano ulteriore importanza quando prendiamo in considerazione il fattore dell’impermanenza. Ogni persona è diversa, ha un corpo diverso e una mente diversa, e nello stesso modo ogni persona è soggetta al cambiamento continuo. Lo stesso allievo di ieri oggi sarà diverso.

"Devo tenere sempre presente che ogni studente non è oggi la persona di ieri, né sicuramente quella di una settimana fa, anche se mi sta ponendo la stessa domanda. Questo è il messaggio principale trasmesso da mio padre, che contrasta decisamente con il modo in cui in genere si insegna lo Yoga"
-Il cuore dello Yoga, TKV Desikachar

Il ruolo delle donne

Krishnamacharya era in avanti al suo tempo anche con la sua famosa affermazione che anche le donne avevano il pieno diritto di praticare lo yoga e partecipare alla vita spirituale. Anche questa sua affermazione era fondata nei testi antichi che raccontano delle pratiche delle donne nei tempi antichi, usanza che più tardi era svanita. "Sosteneva che le donne, nutritrici della società, hanno uno speciale bisogno e uno speciale diritto di praticare lo yoga, e sottolineava i benefici dello yoga nella gravidanza. Predisse che le donne avrebbero avuto una parte di primo piano nella diffusione dello yoga nel mondo." (vedi Il cuore dello Yoga, TKV Desikachar, p.16). Oggi possiamo in effetti testimoniare che questa sua affermazione si è avverata quando osserviamo che la percentuale delle donne nelle classi di yoga e tra gli insegnanti é tutt’ora molto superiore di quella maschile. Un'altra particolarità della tradizione di Krishnamacharya è la sua interpretazione di Prana e Kundalini. Krishnamacharya non le spiegava come due energie separate, ma piùttosto definiva la Kundalini come un ostacolo al libero scorrere del Prana in tutto il corpo. Praticando lo Yoga la Kundalini viene bruciata man mano fino a liberare infine il passaggio al Prana. Anche con questa affermazione Krishnamacharya si appoggia alle sue vaste ricerche nei testi antichi.

Asthanga: gli 8 aspetti, gli 8 mezzi dello Yoga

Le 8 membra dello Yoga, chiamate Asthanga, costituiscono uno strumento di discernimento e di purificazione di corpo e mente in modo da poter verificare e superare le percezioni e comprensioni erronee che secondo l’insegnamento dello Yoga stanno alla base di tutta la sofferenza (Dhukha) degli esseri umani. La sofferenza è elemento centrale, a mio sapere, in tutte le religioni e vie spirituali. Oggi è largamente conosciuta anche in occidente la constatazione del celebre Buddha Sakyamuni che iniziò i suoi insegnamenti con la frase: “La vita è sofferenza”. Con tale affermazione non si intendono solamente le sofferenze grandi che magari non superiamo per tutta la vita. Quando cominciamo ad osservare la nostra vita sotto questo aspetto possiamo scoprire che la grande parte è organizzata intorno alle piccole sofferenze quotidiane come disagi, disturbi, fastidi, fatiche, noie, pesanti responsabilità etc. A iniziare dalla nuova sveglia che ci comperiamo per addolcire il nostro risveglio al mattino perché non abbiamo la libertà di alzarci quando il nostro corpo ce lo segnala naturalmente, alla macchina nuova per la quale abbiamo lavorato sodo e risparmiato tanto tempo in modo da avere un veicolo più comodo per i lungi e malsani viaggi di lavoro che dobbiamo percorrere invece di poter muovere il nostro corpo in modo sano ed equilibrato nella natura ogni giorno, al robot di cucina che ci portiamo a casa perché non abbiamo più il tempo per provare il piacere di impastare a mano e alla fatica di mantenere un lavoro che ci rende stressati e infelici, ci fa ammalare e ci porta via dalla famiglia e da noi stessi e i nostri ritmi naturali perché dobbiamo pagare il mutuo per la casa, e così via. Prima o poi ci accorgiamo di essere rimasti schiavi di queste limitazioni che ci siamo auto-imposti grazie al modo erroneo di vedere le cose a causa dei limiti della nostra mente che vanno a ripercuotersi anche sul nostro corpo: AVIDYA - così si chiama il fitto velo di nebbia che copre la nostra parte saggia, libera, di Luce, in grado di osservare e vedere chiaro e di vedere oltre i limiti della mente. Questo nostro centro si chiama PURUSA: l’osservatore disinvolto e saggio, che molti chiamano anche la nostra parte divina.

Avidya si manifesta in quattro modi:
a) Asmita: l’attaccamento all’io o la parte egoica, l’identificazione con le cose che in realtà sono in costante mutamento mentre viviamo nell’illusione che siano permanenti.
b) Raga: il desiderio di avere o essere qualcosa senza la quale non possiamo essere felici.
c) Dvesa: il rifiuto e l’avversione delle cose che non possiamo gradire.
d) Abhinivesa: le paure, che infine, se guardiamo attentamente, culminano tutte nella paura di morire.
Lo scopo dello Yoga è di ridurre il velo chiamato Avidya per poter entrare in contatto con Purusa e vedere e concepire sempre di più con questa nostra parte saggia e divina. Non è una ricetta per eliminare la sofferenza ma per vedere e gestire diversamente le situazioni grazie al fatto di vivere nella verità. Un modo per verificare la nostra comprensione e capire se siamo in contatto con Purusa è di ascoltare a fondo dentro di noi se ci sentiamo in pace. Ad esempio può capitare che dobbiamo prendere delle decisioni difficili e valutiamo diverse soluzioni. Quando una decisione è forse anche dolorosa, ma possiamo sentire nel nostro profondo che siamo in pace, allora siamo giunti alla comprensione giusta e siamo in contatto con Purusa. Questa pace è la nostra forza e la nostra bussola che ci aiuta a continuare a camminare nella direzione giusta anche nei momenti difficili e ripidi. Abbiamo quindi conquistato un modo diverso per affrontare la sofferenza anche se la sofferenza non per forza svanisce. Seguendo questo sentiero iniziando dalle piccole sofferenze saremo presto capaci di gestire con sempre maggiore saggezza e disinvoltura anche delle problematiche più grandi rimanendo in contatto con la nostra parte saggia e divina e riconoscendo cosa è d’avvero importante.

Gli Astanga ossia gli 8 aspetti o membra dello Yoga (AST = otto, ANGA = membra) che ci aiutano ad alzare il velo di Avidya sono:
Yama (atteggiamento verso se stessi)
Niyama (atteggiamento verso l’ambiente e gli altri)
Asana (posizioni fisiche)
Pranayama (esercizi di respiro)
Pratyahara (ritiro dei sensi)
Dharana, Dhyana, Samadhi (livelli della meditazione)

Queste 8 membra dello Yoga che costituiscono la vera propria pratica dello Yoga, possono essere paragonati ai rami di un albero: crescono contemporaneamente influendosi reciprocamente in modo favorevole (YS II.29).

1 – Yama:

Gli Yama (YS II.30) osservano gli atteggiamenti verso gli altri e l’interazione con l’ambiente che ci circonda. Yama è costituito da:

- Ahimsà, non-violenza/innocuità e l’amorevole considerazione e rispetto per le persone e per le cose in modo da generare energie piacevoli ed amichevoli (YS II.35)

- Satya, dire e vivere la verità in considerazione di Ahimsà e quindi mai dire la verità in modo di ferire qualcuno, genera l’energia pulita e affidabile della coerenza e della trasparenza che scorre nella nostra comunicazione e nelle nostre azioni (YS II.36)

- Asteya, non rubare e non avvantaggiarci di proprietà altrui, genera un energia di fiducia e libertà di condividere (YS II.37)

- Brahmacarya, moderazione, ricercare la verità suprema essenziale, alle volte intesa anche come astinenza sessuale, oppure un modo di impostare la relazione e la sessualità in modo che seguano “l’invito a instaurare relazioni che aiutino a camminare verso la verità suprema” (Il cuore dello Yoga, p.126,TKV Desikachar). La moderazione al suo livello più elevato (YS II.38). Più siamo disposti a investire nella ricerca della verità, più forza abbiamo per raggiungerla. Se una persona sceglie l’astinenza sessuale ciò non significa che deve rimanere celibe in quanto in India è molto comune dedicarsi interamente alla ricerca spirituale dopo aver finito gli studi e cresciuto i figli.

- Aparigraha: Non sfruttare, non essere avidi e afferrare le occasioni a nostro vantaggio ma prendere solo ciò che abbiamo guadagnato. Più cose possediamo e dobbiamo curare meno tempo abbiamo per conoscere noi stessi e proseguire nella ricerca spirituale. Essere meno materialisti e essenziali in ciò che possediamo ci aiuta ad arrivare alla nostra essenza più (YS II.39).

2 – Nyama:

I Nyama (YS II32) invece definiscono il rapporto con noi stessi e sono composti dalle seguenti regole:

- Sauca, pulizia interna ed esterna, purezza, genuinità. La pulizia esterna si riferisce alla pulizia del corpo, mentre la pulizia interna si rivolge sia alla pulizia interna del corpo come anche alla pulizia della mente (parola e pensiero) con l’aiuto delle Asana e del Pranayama. Impareremo così a capire la differenza tra le cose che necessitano delle cure continue e ciò che invece è puro di per se e che troviamo nel nostro profondo. In altre parole impariamo a distinguere tra ciò che è permanente e ciò che è soggetto ai mutamenti continui, tra ciò che è veramente importante e ciò che cambierà continuamente e col tempo svanirà (YS II.40).

- Samtosa, la modestia di accettare ciò che siamo, ciò che abbiamo e ciò che avviene rispettando ciò che Dio ci ha dato sentendoci appagati. Accettare ciò che è, imparando. Conoscere il vero appagamento che non deriva dalle cose materiali (YS II.42).

- Tapas, definisce tutto ciò che facciamo per mantenere sano e in forma il nostro corpo come ad esempio le Asana, il Pranayama, la cura e l’attenzione di tutto ciò di cui ci nutriamo (alimentazione e altre percezioni) e della respirazione, del giusto riposo, dell’attenzione alla postura, e tutto quello che aiuta ad evitare delle scorie si depositino nel corpo (YS II.43).

- Svàdhyàya, si riferisce all’autoindagine (svà = sé, e adhyàya = indagine) in modo da avvicinarsi a se stessi per conoscersi e scoprire le verità personali. Questo può avvenire attraverso l’ascolto profondo come anche attraverso lo studio dei testi antichi o la recitazione di Mantra. I testi sacri ci forniscono dei punti di riferimento, delle mappe nella nostra autoindagine (YS II.44).

- Isvarapranidhànà, devozione, deporre tutte le nostre azioni ai piedi di Dio. Per fare questo è necessaria l’umiltà per accettare il fatto che le nostre azioni possono essere sbagliate senza che ne siamo consapevoli, visto che spesso nascono da Avidya (il velo che oscura la saggezza innata=Purusa), e la modestia di accontentarci di sapere che abbiamo fatto semplicemente del nostro meglio e che il resto lo mettiamo nelle mani del potere divino. “Possiamo definire l’Isvarapranidhànà come l’offerta a Dio dei frutti delle nostre azioni come preghiera quotidiana” (Il cuore dello Yoga, TKV Desikachar, p.129) (YS II45).

3 – Asana:

Si riferisce alle posizioni da eseguire col corpo con lo scopo di reintegrare tutte le parti del corpo tra di loro e con la mente allungando il corpo, sciogliendo i blocchi fisici ed energetici e rafforzando tutta la struttura del corpo.

4 – Pranayama:

abbinando gli esercizi del corpo al ritmo del nostro respiro arriviamo al Pranayama, l’addestramento del respiro, per unire corpo e mente, e influire in modo positivo sulla mente aumentando la concentrazione e la consapevolezza per migliorare così lo stato psico-fisico della persona.

5 – Pratyahara:

raccoglimento, ritenzione dei sensi ordinari. Generalmente parlando si può dire che l’essere umano è dominato dei suoi sensi: la vista, l’olfatto, il gusto, il tocco e l’udito. Nello stato di Pratyahara interrompiamo questo dominio concentrandoci così tanto sull’oggetto della meditazione che non possiamo più essere distratti. Nelle persone che meditano regolarmente per molto tempo i sensi si ritirano e si raffinano in modo permanente e possono così essere messi al servizio della mente invece di dominarla. Inoltre, grazie al fatto che le attività mentali nel praticante diminuiscono avviene una sensibilizzazione dei sensi che diventano più affilati e diventano così aiutanti anziché ostacoli alla pratica e alla consapevolezza: “Il mondo diventa più vivo quando siamo più attenti. Il mondo non è cambiato ma la nostra consapevolezza. Degli studi hanno dimostrato che persone che meditano regolarmente da molto tempo percepiscono letteralmente una fetta più grande della realtà. Vedono di più, sentono di più, gustano di più, udiscono di più, perché pensano meno” (The power and the pain – Stages of spiritual practice, Andrew Holecek, p.26).

6 – Dharana

così si chiama la prima fase della meditazione nella quale il praticante intraprende uno sforzo per concentrarsi sull’oggetto della meditazione così ‘rilegando i fili della mente’ e concentrando le energie.

7 – Dhyana

è la seconda fase della meditazione nella quale entriamo in contatto con l’oggetto senza più lasciarci distrarre.

8 – Samadhi

siamo arrivati allo stato meditativo nel quale ci fondiamo totalmente con l’oggetto, i limiti dell’individuo sono sfumati e non c’è più separazione tra l’io e l’oggetto di meditazione

Ayur: Importanza della pratica personale quotidiana di Yoga

Ayur = Quotidiano
Yoga = Unione, legare insieme i fili della mente
La pratica quotidiana è molto importante per ottenere dei risultati stabili nella graduale reintegrazione e trasformazione del nostro corpo e delle nostre strutture mentali per raggiungere la liberazione e la riunione al Tutt’uno. Con una pratica regolare quotidiana anche solo di breve durata possiamo imparare e stabilizzare prima di tutto l’integrazione del respiro col movimento e così sviluppare un rapporto più intimo col nostro corpo e col nostro intero essere. L’attenerci alla disciplina ci aiuta a mantenere il filo con noi stessi e possiamo stabilire e mantenere un contatto regolare con quell’essere che siamo e con la nostra parte saggia di osservatore, Purusa. Ogni volta che pratichiamo sciogliamo tensioni e ostacoli del corpo e della mente, ci purifichiamo e liberiamo energie facendole scorrere in tutto il nostro corpo. Grazie a ciò possiamo avvertire un senso di benessere fisico e psichico dopo la pratica, che possiamo godere per un periodo di tempo limitato prima che sfumi via del tutto. La pratica regolare, come minimo a scadenza settimanale, e idealmente, come propone l’AyurYoga, quotidiana, permetterà che pian piano questo nuovo equilibrio duri sempre più allungo e infine si stabilisce in modo sempre più permanente nella nostra vita. Inizialmente è probabile che dopo la lezione torniamo alle solite tensioni del corpo e della mente che possono ricrearsi e in alcuni casi rafforzarsi mentre torniamo alle nostre solite abitudini e modi di vivere e pensare, e se ne possono creare nuove a secondo degli influssi esterni ai quali siamo esposti. Per andare oltre i limiti imposti dalla nostra mente e interrompere questo vortice di blocchi energetici che infine ci fanno ammalare, invecchiare e morire, serve una pratica regolare che da una parte scoglie e purifica i blocchi esistenti, stabilisce lo stato energetico nuovo e dall’altra previene alla manifestazione di blocchi nuovi. Applicando la pratica regolare quotidiana possiamo purificarci sempre più in profondità per creare nuove forme di pensiero, liberarci da schemi mentali e maschere, e trasformare la nostra vita realizzando e incarnando ciò che realmente siamo. A questo scopo è utile non limitarsi alla pratica delle Asana, ma mettere in pratica anche le altre 7 membra dello Yoga che includono le relazioni, la trasformazione della mente e la vita spirituale. La nostra seduta quotidiana può così diventare un ‘campo di allenamento’ anche per gli aspetti che non riguardano solo il fisico, ad esempio l’autoindagine , la meditazione e i modi di interagire con noi stessi e con il mondo. Facendo ciò trasformiamo la nostra pratica fisica (Hatha Yoga) in una vera pratica spirituale (Raja Yoga). Soprattutto nella nostra società odierna frenetica e orientata al rendimento e alla competizione, una pratica regolare quotidiana elaborata e adattata può fare veramente da contrappeso in modo da realizzare e mantenere dei cambiamenti. La pratica quotidiana ci aiuta inoltre ad espandere la pratica e integrarla col tempo sempre più nelle relazioni con l’esterno e nella nostra vita di tutti i giorni, combatte stress, burnout, depressioni e tensioni fisiche, mentali ed emotive, e libera le energie che ci consentono di affrontare con gioia, chiarezza, piena responsabilità e saggezza gli impegni di ogni nuovo giorno.